Associazione Nazionale "il cittadino"

via Donizetti 11

Crosia (cs)

 

 

Cirò superiore e la sua storia

 

Posto a cavaliere di una collina, esposta ai venti da tutti i lati, a 360 metri circa di altitudine Cirò ha un territorio esteso per due terzi in una dolce collina salubre e ben coltivata, il rimanente in una pianura vasta e ricca di vigneti, oliveti ed agrumeti.

Ad oriente si contemplano la verdeggiante pianura dell’Alice ed il mar Ionio, ad occidente i monti di San Nicola dell’Alto e Carfizzi e più sotto di Melissa e Strangoli, a nord-est i monti di Umbriatico e Strangoli.

La natura del suolo è in parte sabbiosa ed in parte cretosa.

E’ in provincia di Crotone, ha una popolazione di circa 3.600 abitanti ed il territorio comunale si estende su una superficie di 70,10 Km quadrati.

Dista 40 Km dal capoluogo Crotone.

Sullo stemma comunale, compare in campo azzurro l’immagine di tre monti verdi che descrivono l’orografia del territorio.

Sul colle centrale, che raffigura quello su cui la città è stata costruita, si posa una gru che con la zampa dritta becca e percuote un serpente nero screziato.

Quest’ultimo rappresenterebbe il pericolo saraceno e turco che per secoli rese difficile la vita dei cirotani.

La gru, invece, simbolo della vigilanza allude al popolo di Crimissa-Paterno che dopo aver abbandonato la costa, è salito sui colli dove continua, appunto, a vigilare.

Intorno allo scudo vi è la scritta:” devorat haec rostro pervigilatque pede”.

Lo stemma è caricato su di un drappo di colore celeste, riccamente ornato di ricami dorati e con l’iscrizione “ comune di Cirò “ centrata in oro.

Tale drappo è detto Gonfalone.

Cirò è costituito da un antico agglomerato posto attorno ad i resti del castello feudale dei Carafa, oggi di proprietà della famiglia Giglio.

Alcuni storici fanno risalire l’origine di Cirò all’alto medioevo, ma la sua storia è millenaria.

Infatti al IX secolo a.C. risalgono le sei asce ad occhio in bronzo non rifinito e senza filo di taglio, rinvenute sul colle di sant’Elia.altri giacimenti furono riportati alla luce nelle località Cozzo Leone, Cozzo San Sostero, Serra Sanguigna, Santa Maria del Casale.

Tutto ciò induce a credere che in età preellenica a Cirò erano sparsi vari villaggi, anche se poche sono le tracce dei loro abitanti.

La presenza di un luogo di culto indigeno che svettava sul promontorio dell’Alice, preesistente all’arrivo dei greci induce a pensare che la civiltà di queste popolazioni indigene non era tanto rozza e primitiva.

Dopo l’VIII secolo a.C. approdarono sul litorale i coloni greci e fondarono la città di Crimisa che con il tempo conobbe una grande fioritura e fama di città sacra per la presenza del tempio di Apollo Aleo sul promontorio della Lice e di altri luoghi di culto, quali: il tempio di Venere: il tempio di Cupido; il tempio di Bacco ed il tempio di Giunone.

L’inizio della sua inarrestabile decadenza si ebbe con la seconda guerra punica, quando la città fu percorsa, predata e saccheggiata dagli eserciti romani e cartaginesi.

Altre sequenze di distruzione li subi durante la guerra gotico-bizantina.

Più tardi, quando dall’VIII al X secolo si battè sulla città la furia dei saraceni, gli abitanti cercarono la salvezza sulle colline soprastanti.

Crimisa abbandonata dall’opera dell’uomo, lentamente scomparve inghiottita dalle paludi e mentre essa scompariva Cirò sorgeva a vita nuova.

L’originario nucleo urbano che era ubicato nella zona selvaggia del portello si ampliò notevolmente.

In età bizantina, a Cirò come nel resto della Calabria fiorì la vita religiosa.

Il 12- maggio-1900 venne alla luce San Nicodemo, il santo brasiliano di Cirò.

Cirò fu espugnata nel 1269 ed i ribelli pagarono con la vita la ribellione alla causa angioina.

Tranne brevi interruzioni Cirò rimase sotto i Ruffo fino al 1496 ed il 14- ottobre dello stesso anno Re Federico ne concedeva la contea ad Andrea Carafa.

Il conte Andrea Carafa avvertì la necessità di fortificare il paese, vulnerabile ed esposto ad invasioni e scorrerie.

Cinse l’abitato di una cinta muraria, fornita di quattro porte:

1.     porta Mavilia;

2.     porta Scezzari;

3.     porta Cacovia;

4.     porta Falcone.

Ampliò, inoltre il castello fortificandolo e ricostruendo con un piano più alto di quello originario il corpo ovest, precedentemente crollato.

Con i lavori di restauro conferì al castello tratti tipicamente aragonesi.

Di particolare gravità vu l’incursine del 1707 quandi i turchi riuscirono a penetrare nel paese, che fu saccheggiato ed incendiato.

Dopo aver trucidato bel centosessantanove cirotani, i turchi si ritirarono sulle loro navi con un ricco bottino.

Nell’agosto del 1806, dopo ben settecento anni di dominio esoso e dispotico dei baroni che si alternarono alla guida del feudo di Cirò, cessava il periodo feudale.

A distanza di quasi due secoli la popolazione ha cancellato dalla memoria i nomi dei suoi dispotici dominatori.

Allontanatosi per sempre il periodo turco, l’agro carotano risorse lentamente.

In tutta la pianura sorsero numerose cascine e ville di campagna dove i proprietari terrieri soggiornavano in autunno ed in inverno per poi risalire in paese dopo la festa di San cataldo.

La campagna si popolò ulteriormente a seguito delle quotizzazioni demaniali, effettuati nel decennio francese e nel periodo post-unitario che trasformarono i contadini in tanti piccolo proprietari.

Il primo giugno 1874 fu inagurato il tronco ferroviario cariati-Crotone.

Nel 1900 i lavori di bonifica provocarono una rivoluzione nello status sociale dei cittadini cirotani.

 Oggi il volto del vecchio paese è cambiato e si è esteso notevolmente fuori dalla cerchia muraria.

 

Assistente Sociale

Dr.ssa Errico Luciana

 

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